Il progetto e l’opera / The Project and the Artworks. Conversazione con / Conversation with Roberto Kusterle

Nel 2003 alla Spazzapan fu presentata la mostra di Roberto Kusterle Riti del corpo e oggi, a undici anni di distanza, la Galleria ospita una sezione della rassegna dedicata all’artista, Kusterle. I segni della metembiosi, che si aprirà il prossimo 12 aprile al Museo Civico del Territorio. Anteprima/appendice della più completa esposizione cormonese, l’iniziativa alla Spazzapan ha una sua specifica fisionomia e s’inserisce nella serie di rassegne “Il progetto e l’opera”, volte all’approfondimento della lettura dell’opera d’arte attraverso il racconto dell’artista stesso.

Sfondi silenti trapassano dal grigio al nero dando alle figure evidenza diversa in un racconto che sembra svolgersi senza soluzione di continuità dai Riti del corpo a I segni della metembiosi. Una coerenza stilistica sottesa a una progettualità che ha origini lontane e che si serve del linguaggio fotografico per indagare il rapporto uomo, animale, natura. Come si è sviluppata questa ricerca?

Assemblare figura umana, animale ed elemento vegetale significa avere in mente un progetto che è soprattutto mentale. Quando si progetta una scultura o un dipinto si usa la carta, si fanno degli schizzi, si crea una rete di segni che in seguito si sviluppa nell’opera. Nella fotografia questo non è possibile; il progetto è soprattutto mentale, volto a trovare le soluzioni “tecniche” atte a realizzare l’immagine finale che rappresenta il progredire di un pensiero “antico”, che si è sviluppato in forme diverse soffermandosi e approfondendo aspetti inizialmente non previsti e suggeriti dalle immagini realizzate di volta in volta.
Ci sono tanti ragionamenti; per sviluppare il lavoro è necessario visualizzare i singoli pensieri, solo dopo, guardando a distanza, ritrovi il filo conduttore. È una ricerca il cui risultato formale mi soddisfa ma che non ha ancora mai raggiunto la pienezza del pensiero, fermando solo alcuni aspetti delle immagini mentali. Queste sono sfuggenti, difficili da afferrare perché si muovono in una dimensione semi onirica, dove figure arcane trasmettono l’emozione del riconoscimento, che però razionalmente può essere colto solo in alcune sfumature.
In un certo senso, la serie di fotografie de I segni della metembiosi si riallaccia, magari inconsapevolmente, al ciclo dei Riti del corpo, dove la figura umana e l’animale erano unite ma distinte. Con l’inserimento delle radici, l’elemento naturale, la distinzione tra uomo e animale si supera con il riconoscimento di un’identità di fondo che li accomuna.
Sotto la pelle dell’uomo, come sotto le piume degli uccelli o i peli dell’animale, c’è un sistema arterioso e venoso di vasi sanguigni, di articolazioni e di muscolatura del tutto simile all’apparente groviglio delle radici degli alberi che si sviluppa sotto la superficie del terreno.
Inserendo le radici sotto l’epidermide dell’uomo, come metafora della sua anatomia, vado a scoprire le sue somiglianze con il mondo vegetale, svelando simbolicamente che il nostro sistema interno appartiene anche agli altri esseri viventi. In questa luce il rapporto uomo-animale acquista un altro significato: la radice unisce l’uomo all’animale impagliato e questo prende vita, tanto da sembrare più vivo della figura stessa. In alcune foto faccio assumere agli animali posizioni e atteggiamenti quasi affettivi perché nell’animale impagliato non riconosco la morte, ma il principio vitale, quel quid che lega proprio quell’animale a quell’uomo. In fondo, ognuno di noi si riconosce in un animale, orso o scoiattolo che sia. Questo non significa che nelle immagini che costruisco l’animale appartenga all’uomo: è piuttosto un elemento che vive con il corpo dell’uomo con cui condivide la medesima condizione naturale in una realtà in continua mutazione. In alcune immagini la metafora della primigenia identità traspare dalla congiunzione di anatomie disvelate: sulla pelle dell’uomo, scalfendo lo strato di segatura che gli ricopre la cute, il disegno del sistema arterioso e venoso si coniuga senza soluzione di continuità al groviglio di radici e paglia dell’animale e rappresenta simbolicamente il riconoscimento del principio naturale che unisce nel profondo gli esseri viventi, che siano piante, uomini o animali.

Per questo chi osserva le immagini de I segni della metembiosi, superato l’impatto del primo momento, si sente rassicurato dalla possibilità, al di fuori dello spazio e del tempo contingente, di afferrare un brandello di un principio vitale. Emozioni e pensieri che accomunano artista e spettatore…

Resta sempre un margine di “non-definizione”, ma questo è uno spazio vitale, creativo per l’artista e per lo spettatore.

A cura di Annalia Delneri

________________________________________

Roberto Kusterle’s exhibition Rites of the Body was held at the Galleria Spazzapan in 2003. Eleven years on, the gallery is delighted to host a selection of works from the new exhibition dedicated to the artist The Marks of Metembiosis, which will open on the 12th of April at the Museo Civico del Territorio. The exhibition at the Galleria Spazzapan is both a preview and an appendix for the more exhaustive collection which will be shown in the Museum in Cormons. It has its own identity, and is part of a series of events called “The Project and the Artwork” which seek to broaden the understanding of the artworks by letting the artists themselves speak about them.

Silent backgrounds slip from grey to black, giving the figures different degrees of emphasis in a tale which seems to unfold without clear continuity, from Rites of the Body to The Marks of Metembiosis. There is a stylistic coherence which underlies a planning approach with distant origins and it uses photographic language to investigate the relationship between man, animal and nature. How did this research develop?

Assembling human and animal figures and vegetable elements means having in mind a project which is primarily in the imagination. When you plan out a sculpture or a painting you use paper, you make sketches, you make a network of marks that you then develop in the artwork. You can’t do that in photography; the project is mainly in your mind, aimed at finding the “technical” solutions to make the final image which represents the development of an “ancient” thought. This is developed in different forms and explores or concentrates on aspects which were not in the original plan, but which are suggested by the images created each time. There is much thinking behind this, in order to develop the work you have to visualize the individual thoughts, and it is only later, when you look at it with a bit of distance, that you can see the connection between them. I am happy with the formal result of this research, but I have never yet reached the completeness of my thoughts, capturing only some of the aspects of the images in my mind. They are fleeting, difficult to grasp, because they move in a dream-like dimension where arcane figures communicate the emotion of recognition, but which can rationally only be perceived in certain shades.
In some ways the series of photographs The Marks of Metembiosis reconnects, perhaps unconsciously, with the cycle of Rites of the Body, where the human and animal figures were united but distinct. Once I started to include roots, a natural element, the distinction between man and animal is overcome through the recognition of a fundamentally common identity which unites them. Beneath the skin of a person, just as beneath the feathers of a bird or the fur of a beast, there is a system of arteries and veins, blood vessels, joints and muscles which are all quite similar to the apparent tangle of tree roots which spread out beneath the ground.
By inserting roots beneath the epidermis of a person, like a metaphor for their anatomy, I can discover the similarities with the vegetable world, symbolically revealing that our internal system also belongs to other living things. In this light the relationship between person and animal takes on another meaning: the roots unite man to stuffed animal and this comes to life, so much so that it seems more alive than the figure itself.
In some photos I place the animals in positions and poses which are almost affectionate, because I don’t relate the stuffed animal to death, but rather to the element of vitality, that certain thing which ties that specific animal to that specific person. In the end we all recognize ourselves in some kind of animal, be it a bear or a squirrel.
That doesn’t mean that the animal belongs to the person in the images I make. Rather it is an element which lives with the body of the person with which it shares the same natural condition, in an ever-changing reality.
In some of the images the metaphor of a primary identity emerges from the conjunction of an unveiled anatomy. By scraping away the wood shavings which cover the skin of a person, the tangle of veins and arteries joins together with the tangle of roots or straw-stuffing in the animal. Symbolically this represents the recognition of the natural principle which, at a fundamental level, unites all living things- be they plants, people or animals.

This is why, when people see the images in The Marks of Metembiosis, once they have got over the initial impact, they feel reassured by the possibility, beyond this realm of time and space, to grasp a shred of this element of vitality. Emotions and thoughts which bring together artist and viewer…

There is always a degree of “non-definition”, but this is a space which is full of vitality and creativity for the artist and the viewer.

By Annalia Delneri

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...