Testo critico

NANE ZAVAGNO le ragioni del fare

La misurata armonia dell’architettura rinascimentale che connota lo spazio espositivo della Chiesa di Santa Maria dei Battuti, a Cividale del Friuli, accoglie le opere del maestro Nane Zavagno. La scelta di questo luogo non è casuale: qui infatti, la gradevole assonanza tra il fascino magnetico dei lavori e l’ambiente circostante, trova i volumi più consoni alla visione delle opere di questo sicuro maestro friulano.

L’esposizione intende valorizzare il lavoro di Zavagno che qui viene sostanzialmente rappresentato da una selezione di opere, certamente esemplificative del coerente iter artistico intrapreso e della pregnante personalità dell’artista, pur considerandone la notevolissima produzione, frutto di oltre sessant’anni di attività.

I lavori esposti si caratterizzano per il notevole respiro creativo, a cominciare dalla scultura, per passare al mosaico, alla pittura, ai disegni e agli allumini anodici, dei quali è presente un eccellente esempio, eseguito nella seconda metà degli anni Sessanta.

Il disegno costituisce per l’artista un medium costante, una consuetudine operativa che da sempre accompagna il lavoro di Zavagno. Questo trova conferma anche da quanto scrive Alfonso Panzetta: … proprio attraverso la freschezza e la sintesi dei disegni che si riesce a cogliere l’univoca anima creativa di Zavagno, quella che si respira sotto la pelle delle opere e che aleggia nei racconti dell’artista. Racconti piacevoli e curiosi, che sotto l’alone della discrezione pulsano di entusiasmo e consapevolezza, a ridosso di una ricerca portata innanzi per mezzo secolo, all’insegna di un filo rosso contrassegnato dalla sperimentazione dei materiali, da una sorta di sottile ossessione per la modularità (che senz’altro deriva dalla lunga pratica del mosaico) e dal rigore delle geometrie poste in relazione alla spazialità.

I disegni esposti risalgono agli anni Ottanta e Novanta e sono eseguiti con le tecniche della china e dell’acrilico su carta. I disegni, opere a tutti gli effetti, denotano una evidente essenzialità compositiva, qualità che caratterizza la ricerca stilistica di questi anni. La rappresentazione di “solidi” nello spazio, che si alternano, si intersecano e sovrappongono in continue evoluzioni formali, a volte con chiari accenni alla dimensione sovraumana degli stessi, prelude alla realizzazione di numerose sculture, eseguite in piccola e grande scala sullo stesso tema, con l’utilizzo di materiali diversi.

Al variare del materiale, la scultura assume aspetti e impatti dissimili con l’ambiente circostante. L’acciaio, le reti elettrosaldate, il legno rimandano effetti differenti, e la forma, pur tra pieni e vuoti, si ripete in una moltitudine di possibili varianti.

Per Zavagno, non esistono materiali poveri o preziosi ma piuttosto sussistono molti pregiudizi in chi li utilizza. Ogni elemento possiede caratteristiche e qualità con le quali l’artista deve instaurare un rispettoso approccio. Al rispetto per la materia, si accompagna il rispetto per lo spazio circostante, così, la scultura, pensata per luoghi aperti e spesso pubblici, non copre l’ambiente naturale e neppure l’architettura dei luoghi, ma convive armonicamente con entrambi.

È il caso delle grandi sculture realizzate con reti metalliche elettrosaldate dove, la trasparenza del materiale non sminuisce la forza della massa plastica, ma piuttosto contribuisce alla creazione di un giocoso scambio con lo spazio contiguo, esaltandone la valenza.

I grandi acrilici su carta e tela, realizzati tra il 2005 ed il 2012, mostrano una progressiva sintesi delle forme che man mano diviene pressante, mentre, il trattamento della materia pittorica mette in luce peculiari effetti coloristici, ricercati non solo nella stesura del colore, ma anche nella sperimentazione di texture, ottenute graffiando la superficie pittorica, per consentire alla luce di essere variatamente assorbita o respinta, creando effetti particolarmente affascinanti.

Alla ricerca di nuovi esiti compositivi sono assimilabili anche le due grandi tele esposte in questa sede, dove profondissimi e magmatici neri, sembrano espandersi sulla superficie bianchissima della tela, dando vita ad un infinito gioco di rapporti d’equilibrio tra pieni e vuoti, tra luci ed ombre.

Un aspetto rilevante dell’approccio di Zavagno con l’atto creativo è dato dal perpetrarsi di una assidua sperimentazione con materiali eterogenei ed i risultati più evidenti di questo “magico” rapporto, con una pluralità infinita di elementi, diviene evidente nella realizzazione dei mosaici e nella scultura ma, si palesa anche nei disegni e nella pittura, attraverso la complessa stesura di segni che, progressivamente, divengono gestuali e spontanei, in un ripetersi vorticoso di segmenti che coesistono e partecipano, alla materializzazione della pura forma. In Zavagno, il disegno e la pittura riassumono e convivono con l’opera scultorea, dando, a volte, la sensazione che la forma plastica sia generata dal sommarsi di forme disegnate e ripetutamente studiate.

Nel contesto espositivo occupa una posizione centrale, il grande rosone in mosaico, realizzato nel 2012 utilizzando ciottoli di varie dimensioni, raccolti nel greto del fiume Tagliamento e abilmente tagliati. Una serie di cerchi concentrici ottenuti con materiale di varia pezzatura da origine ad una decorazione di grande impatto emotivo.

I rosoni di Zavagno sono stati assimilati ad araldiche simbologie gotiche, o a cerchi precolombiani ed in proposito, Giuseppe Bergamini scrive: Il loro potenziale magico – fabulatorio nasce dalla sintesi di richiami divergenti: il riferimento mitico all’antica sacralità del fare artigiano e la proposta di una progettualità contemporanea; la concretezza del messaggio immediato della materia elaborato dal gesto personale, ma nel quale riassumere valori collettivi; la solennità ieratica e monumentale delle immagini archetipe e la loro serializzazione produttiva.

Protagonista indiscusso della “rivoluzione” tecnica ed artistica nell’esecuzione del mosaico contemporaneo, Zavagno, sulla base di una convinta cognizione, riguardo la fondamentale diversità tra pittura e mosaico, ha impostato la sua produzione musiva secondo precise regole compositive che, di fatto, hanno ridato nuovo vigore ed esaltazione materica a questa antichissima arte.

All’interno dell’esposizione viene proiettato, in anteprima e a ciclo continuo, un filmato-documento, realizzato dall’Associazione Culturale “Venti d’arte” nel corso del 2012, in occasione dell’ottantesimo compleanno dell’artista. Si tratta di una piacevole conversazione, avvenuta nello studio-laboratorio di Borgo Ampiano (Pordenone), tra l’artista e Alessandro Del Puppo, docente di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Udine.

Rafaella Loffreda

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